ROMA – C’è già chi, tra i più pessimisti, vede allungarsi sulle coste del Mediterraneo l’incubo limaccioso di una nuova marea nera. E quanti invece, come il capo della compagnia petrolifera libica, non si scompongono affatto, perché “uno non smette di volare solo perché ci sono gli incidenti aerei”. Così la British Petroleum – messa alla gogna negli Stati Uniti per la gigantesca chiazza che infesta dallo scorso aprile le acque del Golfo del Messico – comincerà presto nuove perforazioni, stavolta nel cuore del Mediterraneo, e più precisamente nel Golfo libico della Sirte, a poco più di 500 chilometri dalle coste siciliane.
La notizia, anticipata dal Financial Times, è stata confermata in giornata da un portavoce della compagnia britannica: “Entro le prossime settimane”, ha fatto sapere David Nicholas, la Bp darà il via alla prima delle cinque trivellazioni previste da un accordo da 900 milioni di dollari stipulato nel 2007 con la Libia di Muammar Gheddafi e sbloccato di recente.
Passando così all’incasso, è la lettura di qualche analista, dopo il pressing esercitato l’anno scorso sulle autorità britanniche per la liberazione di Abdelbaset al-Megrahi, il libico condannato per la strage di Lockerbie del 1988 in cui morirono 259 persone, in gran parte americani. Proprio sulla vicenda della liberazione di al-Meghrai, non a caso, sta indagando la commissione Esteri del Senato americano, che ha convocato per il prossimo 29 luglio l’amministratore delegato della Bp Tony Hayward per far luce sulla questione.
Al largo delle coste libiche, comunque, le perforazioni avranno luogo ad una profondità di circa 5.700 piedi (1.700 metri), 200 metri più giù rispetto a quelle della Deepwater Horizon, la piattaforma situata al largo della Louisiana la cui esplosione lo scorso 20 aprile ha scatenato la gigantesca marea nera che inquina il Golfo del Messico e l’ondata di polemiche che ha investito la compagnia britannica. E anche se la Bp ha assicurato che farà tesoro della nefasta esperienza, c’é – tra gli ambientalisti e non solo – chi pensa al peggio. Come il presidente della Commissione Ambiente del Senato italiano Antonio D’Alì che, citato dall’Ft, si dice “preoccupatissimo” per i piani della compagnia britannica. “Il problema – afferma il senatore siciliano – non è la Bp o la Libia. Il fatto è che il mare non ha confini e se capitano incidenti, che siano in acque nazionali o internazionali, gli effetti si fanno sentire in tutto il Mediterraneo. Considerato che stiamo parlando già di uno dei mari più inquinati dal petrolio di tutto il mondo, le conseguenze di un disastro potrebbero essere irreversibili”.
In effetti ogni anno il ‘Mare Nostrum’ è attraversato da circa un milione di tonnellate di petrolio e, secondo alcune stime, centinaia di migliaia di tonnellate già vengono involontariamente disperse in mare da petroliere, raffinerie e oleodotti vari, con effetti devastanti su balene, delfini e su tutta la fauna marina. Ma la Bp mette le mani avanti, e ha già fatto sapere che nella remota eventualità di un nuovo disastro, ha già in cantiere “dettagliati piani d’emergenza”. Nella speranza, ovviamente, di non doverli tirare fuori dal cassetto. (ansa)
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